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Intervista a Luigi Masciari

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Il jazz e la popular music occupano oggi uno spazio sempre più significativo all’interno dei Conservatori italiani. Dopo una lunga fase di crescita e consolidamento, la sfida riguarda ora la qualità della formazione, il riconoscimento professionale dei docenti e dei diplomati, il rapporto con il mondo del lavoro e la capacità delle istituzioni AFAM di confrontarsi con una realtà musicale in continua trasformazione.

Ne parliamo con Luigi Masciari, musicista, docente e recentemente eletto presidente di DJeP-AFAM, l’associazione nazionale dei docenti di jazz e popular music dei Conservatori italiani. Un dialogo che attraversa alcune delle questioni centrali per il futuro della formazione musicale nel nostro Paese: dalla ricerca artistica al riconoscimento dei titoli, dalla necessità di creare un legame più stretto tra Conservatori, festival, club e produzioni alle opportunità offerte dalle reti internazionali, fino alle trasformazioni introdotte dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale.

Al centro dell’intervista emerge una visione del Conservatorio non soltanto come luogo in cui acquisire competenze, ma come spazio vivo di incontro, produzione e ricerca, nel quale tradizione e nuovi linguaggi possano continuare a confrontarsi. Perché, come suggerisce Masciari, formare un musicista significa anche creare le condizioni perché possa sviluppare una propria identità artistica, coltivare la curiosità e continuare a mettere in discussione le proprie certezze.

 

Buongiorno Luigi, sei stato recentemente eletto presidente di DJeP-AFAM, l’associazione nazionale dei docenti di jazz e popular music dei Conservatori. Con quale visione affronti questo incarico e quali saranno le priorità del tuo mandato?
Il jazz e la popular music hanno ormai conquistato un ruolo stabile nei Conservatori italiani; oggi la sfida non è più affermarne il valore, ma accompagnarne la crescita. Come presidente di DJeP vorrei valorizzare il lavoro dei docenti, promuovere la qualità della formazione e rafforzare il dialogo con le istituzioni e con il mondo professionale della musica.

Sicuramente tra le priorità c’è anche il miglioramento della qualità del lavoro dei docenti...
La qualità della formazione passa inevitabilmente dalla qualità del lavoro dei docenti. Chi insegna deve poter conciliare didattica e attività artistica, perché queste dimensioni si alimentano a vicenda. Un docente che continua a fare musica, a confrontarsi con altri artisti e ad aggiornarsi, porta inevitabilmente tutto questo anche in classe. Mi piacerebbe che DJeP fosse sempre più una comunità nella quale i docenti condividono esperienze, idee e iniziative , contribuendo insieme alla crescita dell’intero sistema.

I corsi di jazz e popular music hanno assunto un ruolo sempre più importante nei Conservatori. Quali risultati sono stati raggiunti e quali aspetti, invece, devono ancora essere migliorati?
I numeri raccontano una realtà molto chiara. Negli ultimi vent’anni i corsi di jazz e popular music sono stati quelli che hanno registrato la crescita più significativa all’interno dei Conservatori. Oggi, però, credo sia arrivato il momento di riflettere sulla qualità dei percorsi formativi. Gli studenti affrontano un numero molto elevato di insegnamenti, tutti importanti, ma spesso faticano a trovare il tempo necessario per approfondire davvero il proprio strumento. Essere musicisti oggi significa possedere competenze molto ampie. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo dimenticare che la musica continua a impararsi innanzitutto suonando: da soli, ma soprattutto con gli altri. Credo che sia importante offrire ai nostri studenti maggiori opportunità per fare musica e confrontarsi sul palco, perché è attraverso queste esperienze che si sviluppa la sensibilità artistica.

Quali competenze ritieni indispensabili per un docente AFAM di jazz e popular music, affinché possa preparare gli studenti alle sfide del mondo professionale?

Ogni docente racconta inevitabilmente la propria storia, ed è giusto che sia così. Gli studenti hanno bisogno di incontrare personalità diverse, punti di vista differenti. Personalmente ho avuto la fortuna di confrontarmi, in studio e sul palco, con musicisti provenienti da esperienze e percorsi molto diversi. Esperienze che mi hanno insegnato quanto oggi il jazz sia un linguaggio aperto, capace di dialogare naturalmente con l’elettronica, il rock, il pop e molte altre espressioni musicali. Il nostro compito non è trasmettere uno stile o un’estetica, ma aiutare gli studenti a sviluppare una propria identità artistica. La curiosità bisogna imparare ad alimentarla. Da questo punto di vista, il rapporto con MIDJ è particolarmente prezioso: conoscere da vicino le trasformazioni della professione e le esigenze di chi la vive quotidianamente ci aiuta a capire meglio quale mondo incontreranno i nostri studenti una volta usciti dal Conservatorio.

DJeP-AFAM rappresenta una comunità di docenti che opera quotidianamente all’interno delle istituzioni. Quale valore aggiunto può offrire un’associazione come questa nel dialogo con il Ministero e i Conservatori?
Recentemente siamo stati auditi dalla 7a Commissione permanente del Senato nell’ambito della discussione sui disegni di legge dedicati al sistema AFAM. È stata un’importante occasione per portare il punto di vista di chi vive quotidianamente i Conservatori. Uno dei temi centrali è stato quello della ricerca artistica, un ambito che dovrà continuare a svilupparsi all’interno dei Conservatori. La ricerca accademica è naturalmente fondamentale. Allo stesso tempo, però, credo che non si possano applicare automaticamente al nostro settore criteri pensati per il contesto universitario, perché si rischierebbe di non riconoscere come ricerca una parte essenziale del lavoro artistico. Da musicista ho sempre pensato che comporre, improvvisare o sperimentare nuovi approcci
esecutivi significhi fare ricerca. Per questo è importante definire criteri di valutazione capaci di riconoscere anche la ricerca che nasce dalla pratica artistica, dalla composizione alla performance, fino all’innovazione didattica, come già avviene in molti Paesi europei.

I diplomi in Jazz e Popular Music non sono ancora riconosciuti, in molti casi, come titoli di accesso all’insegnamento dello strumento nei licei musicali e nelle scuole medie a indirizzo musicale. Che cosa deve cambiare per superare questa disparità?

Oggi viviamo un vero paradosso. Un laureato in jazz o popular music, pur avendo un titolo accademico dello stesso livello di un collega proveniente dai percorsi classici, non può insegnare il proprio strumento nei licei musicali. Questo crea una grossa disparità nelle opportunità professionali, ma produce anche un altro effetto: molti studenti arrivano ai Conservatori senza una preparazione adeguata, a meno che non abbiano avuto la possibilità di studiare privatamente. Credo che lo Stato debba affrontare entrambe le questioni. Da una parte valorizzare i laureati in jazz e popular music, agevolando, e non ostacolando, l’accesso al mondo del lavoro; dall’altra costruire un percorso pubblico realmente coerente, capace di accompagnare gli studenti fino agli studi accademici. Proprio per questo considero molto importante il confronto con associazioni come ANSJ, con cui condividiamo l’idea che sia necessario ragionare sempre più in termini di sistema della didattica musicale. Mettere in dialogo l’AFAM con le scuole, le realtà del Terzo settore e più in generale con chi opera nella formazione musicale significa costruire un percorso più organico, dalla formazione di base fino agli studi accademici. È fondamentale che le diverse componenti imparino sempre più a lavorare insieme.

Come possono i Conservatori rafforzare il rapporto con festival, club, produzioni e operatori del settore musicale italiano?

Credo che i Conservatori debbano essere sempre meno luoghi chiusi e sempre più luoghi di produzione artistica. La formazione non può esaurirsi all’interno dell’istituzione, ma deve dialogare continuamente con festival, teatri, club, produzioni discografiche e reti internazionali. È lì che gli studenti misurano davvero quello che hanno imparato. DJeP è parte della Federazione Il Jazz Italiano proprio con questa prospettiva: contribuire a un progetto comune mettendo in relazione il mondo della formazione con le diverse realtà del jazz italiano. La presenza nella Federazione di I-Jazz, che riunisce festival e operatori del settore, rende possibile immaginare collaborazioni concrete tra i Conservatori e i luoghi nei quali la musica viene prodotta, programmata e presentata al pubblico. Per questo sarebbe importante anche una legislazione che favorisca stabilmente queste collaborazioni. Avvicinare il Conservatorio al mondo del lavoro significa offrire agli studenti occasioni concrete di crescita artistica e professionale.

Quali opportunità possono offrire gli scambi, i progetti europei e le collaborazioni con istituzioni straniere agli studenti e ai docenti dei Conservatori? E quale contributo può dare DJeP-AFAM?
La musica vive di scambio. È sempre stato così. Ogni incontro con musicisti, docenti o studenti provenienti da esperienze diverse rappresenta un’occasione di crescita artistica e umana. L’Erasmus è uno strumento prezioso, ma oggi esistono molte altre opportunità. Penso, ad esempio, agli incontri organizzati dall’Association Européenne des Conservatoires. Ho partecipato recentemente al convegno AEC di Helsinki, ed è stata un’esperienza estremamente stimolante. Mi
piacerebbe che sempre più studenti potessero vivere occasioni di questo tipo. Anche DJeP-AFAM può contribuire creando reti tra i Conservatori italiani e favorendo progetti condivisi e collaborazioni internazionali.

Le nuove tecnologie stanno cambiando profondamente il modo di studiare, produrre e diffondere la musica. Come pensi che il sistema AFAM debba affrontare questi cambiamenti per trasformarli in un’opportunità educativa?

Ogni innovazione, almeno all’inizio, viene accolta con diffidenza. È successo con i sintetizzatori, con il computer, oggi succede con l’intelligenza artificiale. Personalmente credo che la tecnologia non sostituisca la creatività: cambia semplicemente gli strumenti con cui possiamo esprimerla. Anche l’immagine è ormai parte integrante del modo in cui la musica viene raccontata e comunicata, e il rapporto con AFIJ ci offre uno sguardo interessante anche su questo aspetto. Per questo penso che il compito dei Conservatori non sia opporsi al cambiamento, ma aiutare gli studenti a comprenderlo e ad utilizzarlo con consapevolezza. La tecnologia evolve continuamente, ma ciò che continua a fare la differenza è sempre la sensibilità dell’artista.

Il jazz nasce dall’ascolto, dall’incontro e dalla contaminazione. Quale valore ha oggi il dialogo con altri linguaggi musicali nei percorsi formativi?
Non ho mai creduto molto nelle etichette. Credo che il jazz continui a vivere proprio così: ascoltando, assorbendo e trasformando linguaggi
diversi senza perdere la propria identità. È questo che, come docente, cerco di trasmettere ai miei studenti. La tradizione va conosciuta in profondità, ma non deve assolutamente diventare un confine.

Se dovessi parlare a un giovane musicista che sta valutando un percorso accademico nel jazz o nella popular music, quali ragioni gli daresti per scegliere oggi un Conservatorio e trasformare la propria passione in una professione?
Non è un percorso semplice. Oggi fare il musicista richiede competenze sempre più ampie, il livello medio si è alzato e il mondo del lavoro cambia rapidamente. Proprio per questo credo che il Conservatorio possa rappresentare un luogo prezioso. Non solo per acquisire competenze tecniche, ma per incontrare maestri, colleghi, idee ed esperienze che possono cambiare il tuo modo di pensare. Credo che il compito più importante di un Conservatorio non sia dare risposte, ma creare le condizioni perché nascano nuove domande. Ogni volta che un musicista mette in discussione le proprie certezze si genera un piccolo attrito. Forse è proprio quell’attrito che continua a muovere la musica.


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venerdì, Agosto 7th, 2026

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